EMIGRAZIONE ITALIANA

EMIGRAZIONE.JPG (9705 byte)L’emigrazione spontanea italiana (divenuta particolarmente consistente dopo l’unificazione del paese) trova la sua causa fondamentale nella sovrappopolazione determinata dal forte incremento demografico naturale congiunto alla povertà di risorse e a un lento ritmo di sviluppo. Il fenomeno migratorio, che sino alla fine del XIX sec. si era verificato soprattutto nelle regioni settentrionali, con lo sviluppo economico di queste interessò in prevalenza quelle meridionali. In queste ultime, infatti, soggette a un continuo aumento demografico (mentre nel Nord il ritmo delle nascite diminuiva), l’unificazione politica e doganale e i successivi provvedimenti protezionistici in favore dell’industria (localizzata nel settentrione) avevano avuto conseguenze negative, tanto da far considerare il problema dell’emigrazione come legato alla cosiddetta "questione meridionale". Del resto le regioni dell’Italia meridionale a economia agricola e arretrata, oppresse da una disoccupazione cronica, hanno sempre fornito il massimo contingente all’emigrazione sia transoceanica sia permanente, mentre le regioni del Nord hanno alimentato in prevalenza l’emigrazione continentale e a carattere temporaneo. Il flusso migratorio italiano è sempre stato costituito in forte proporzione da manodopera non qualificata, in particolare da addetti all’agricoltura. Tuttavia, dopo la prima guerra mondiale e soprattutto nel secondo dopoguerra, cominciarono ad assumere maggior peso i lavoratori non agricoli (muratori, minatori, alberghieri, ecc., per i paesi europei e operai qualificati, specializzati e tecnici per i paesi d’oltre oceano) e, in parte, anche gli addetti a categorie professionali più elevate. Tale fenomeno è imputabile alla progressiva difficoltà dell’assorbimento di manodopera generica sui mercati esteri del lavoro.
Relativamente alla struttura per sesso si può notare la prevalenza dei maschi sulle femmine, soprattutto nella corrente continentale a carattere temporaneo e individuale.
Rilevazioni ufficiali del movimento migratorio esistono in Italia solo a partire dal 1876: secondo il censimento del 1881 gli Italiani all’estero erano oltre un milione, di cui più della metà nelle Americhe. Dal 1876 alla fine del XIX sec. emigrarono in media 210 mila individui all’anno, fin verso il 1880-1885 prevalentemente in Europa (Francia e Svizzera soprattutto), in seguito prevalentemente oltre oceano (Stati Uniti, Brasile, Argentina). Dall’inizio del XX sec. allo scoppio della prima guerra mondiale gli emigrati italiani, protetti e organizzati dal commissariato generale dell’emigrazione (istituito nel 1901), raggiunsero una media annuale di oltre 600 mila unità, diretti prevalentemente nei paesi d’oltre oceano (oltre 2/3 entrarono negli Stati Uniti).
Dopo la forte flessione coincidente con la prima guerra mondiale, l’emigrazione risalì (fino al 1930) a 290 mila individui all’anno, ma con una tendenza progressiva alla diminuzione a causa sia delle restrizioni all’immigrazione imposte da alcuni paesi (in particolare gli Stati Uniti) sia della politica antiemigratoria del governo fascista, che si affermò decisamente dopo il 1930. Il flusso migratorio si diresse soprattutto in Europa (la Francia ne assorbì 4/5) e, fra i paesi d’oltremare, in Argentina. Dopo il 1935 la nostra emigrazione convergeva quasi esclusivamente sulla Germania e cessò completamente con la seconda guerra mondiale. Nel primo decennio seguente il conflitto espatriarono in media circa 250 mila persone all’anno; nell’ultimo decennio la media annua salì a 350 mila, mentre l’emigrazione netta aveva una media annuale per il ventennio di circa 150 mila unità. Dal 1946 al 1964 emigrarono oltre 5 milioni di Italiani, di cui circa 2.800.000 si stabilirono definitivamente all’estero.
La nostra emigrazione nel periodo considerato è stata caratterizzata fondamentalmente dal movimento verso i paesi europei, in particolare quelli della CEE (anche antecedentemente alla sua costituzione) e la Svizzera.
Nell’ambito dei primi la Francia fino al 1958 e la Repubblica Federale Tedesca in seguito hanno accolto il maggior numero di Italiani, mentre la Svizzera appariva come tipica meta della nostra emigrazione stagionale. Con i paesi extraeuropei in quello stesso periodo si ebbe un saldo migratorio di circa 1.400.000 unità; le principali destinazioni furono innanzitutto l’America latina (Argentina, Brasile , Venezuela), in cui emigrarono quasi 890.000 Italiani e in cui se ne stabilirono oltre 625.000, quindi gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia.
Attualmente l’emigrazione italiana ha ormai assunto proporzioni molto esigue.
La nostra emigrazione è assistita anche finanziariamente sia da organismi statali italiani (ministero del lavoro e della previdenza sociale, ministero degli esteri) e stranieri, sia da organismi internazionali come ad es. il CIME (Comitato intergovernativo per le migrazioni europee) che, oltre a finanziare l’espatrio in paesi oltremare provvede anche al ricongiungimento dei familiari.

 


IMMIGRAZIONE ITALIANA



IMMIGRANTI.JPG (18648 byte)L’immigrazione, in Italia, è regolata da trattati di reciprocità con vari paesi; coloro che intendono prestare il proprio lavoro sul territorio italiano devono richiedere alla questura (che interpella l’ispettorato del lavoro) un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
Tale permesso è subordinato all’accertamento che si tratti di lavoratori di una qualifica non disponibile sul posto. Il permesso è valido solo finché sussista un rapporto di lavoro.
I recenti trattati di collaborazione intereuropea hanno disciplinato minutamente la materia dell’immigrazione: i trattati della CECA e della CEE sono basati da un lato sul principio della libertà di circolazione di manodopera subordinata (che deve poter rispondere a effettive offerte di occupazione da parte di un datore di lavoro), d’altro lato al principio che non potranno essere stabilite quote di immigrazione (intese a garantire un’occupazione per i lavoratori nazionali).
L’Italia, che dall’inizio degli anni Ottanta ha modificato il proprio ruolo all’interno delle correnti migratorie internazionali passando da area di emigrazione ad area di immigrazione, nel corso degli anni Novanta ha consolidato e intensificato la propria posizione di paese di accoglimento. Basti pensare che gli stranieri legalmente presenti in Italia al 1° gennaio 1998 risultano, in base ai permessi di soggiorno in vigore a tale data, oltre un milione (poco meno del 2% della popolazione italiana), mentre all’inizio degli anni Novanta erano meno della metà.
Fin dalla metà del decennio passato, molta attenzione è stata rivolta alle cause di questo fenomeno e alle forme e modalità d’inserimento dei nuovi venuti sui mercati locali del lavoro. Il rilievo assunto dalla componente illegale (immigrati stranieri senza permesso di soggiorno in corso di validità), in presenza di livelli di disoccupazione particolarmente elevati in alcune aree del paese (in particolare nel Mezzogiorno), ha condotto all’adozione di schemi interpretativi che si basano o quantomeno tengono conto della segmentazione del mercato del lavoro e della presenza di un’estesa economia irregolare. Poca attenzione è stata dedicata fino a qualche anno fa al comportamento economico degli immigrati e, in particolare, alle determinanti del reddito da lavoro e al loro impiego in termini di consumi, risparmi e rimesse. Ciò è dovuto, principalmente, alla mancanza di un’indagine a livello nazionale sul complesso dei lavoratori stranieri e alla indisponibilità, fino a poco tempo fa, dei dati INPS sui versamenti contributivi riferiti alla sola componente legale occupata regolarmente e ai redditi ufficialmente dichiarati.