EMIGRAZIONE ITALIANA
Lemigrazione
spontanea italiana (divenuta particolarmente consistente dopo lunificazione del
paese) trova la sua causa fondamentale nella sovrappopolazione determinata dal forte
incremento demografico naturale congiunto alla povertà di risorse e a un lento ritmo di
sviluppo. Il fenomeno migratorio, che sino alla fine del XIX sec. si era verificato
soprattutto nelle regioni settentrionali, con lo sviluppo economico di queste interessò
in prevalenza quelle meridionali. In queste ultime, infatti, soggette a un continuo
aumento demografico (mentre nel Nord il ritmo delle nascite diminuiva),
lunificazione politica e doganale e i successivi provvedimenti protezionistici in
favore dellindustria (localizzata nel settentrione) avevano avuto conseguenze
negative, tanto da far considerare il problema dellemigrazione come legato alla
cosiddetta "questione meridionale". Del resto le regioni dellItalia
meridionale a economia agricola e arretrata, oppresse da una disoccupazione cronica, hanno
sempre fornito il massimo contingente allemigrazione sia transoceanica sia
permanente, mentre le regioni del Nord hanno alimentato in prevalenza lemigrazione
continentale e a carattere temporaneo. Il flusso migratorio italiano è sempre stato
costituito in forte proporzione da manodopera non qualificata, in particolare da addetti
allagricoltura. Tuttavia, dopo la prima guerra mondiale e soprattutto nel secondo
dopoguerra, cominciarono ad assumere maggior peso i lavoratori non agricoli (muratori,
minatori, alberghieri, ecc., per i paesi europei e operai qualificati, specializzati e
tecnici per i paesi doltre oceano) e, in parte, anche gli addetti a categorie
professionali più elevate. Tale fenomeno è imputabile alla progressiva difficoltà
dellassorbimento di manodopera generica sui mercati esteri del lavoro.
Relativamente alla struttura per sesso si può notare la prevalenza dei maschi sulle
femmine, soprattutto nella corrente continentale a carattere temporaneo e individuale.
Rilevazioni ufficiali del movimento migratorio esistono in Italia solo a partire dal 1876:
secondo il censimento del 1881 gli Italiani allestero erano oltre un milione, di cui
più della metà nelle Americhe. Dal 1876 alla fine del XIX sec. emigrarono in media 210
mila individui allanno, fin verso il 1880-1885 prevalentemente in Europa (Francia e
Svizzera soprattutto), in seguito prevalentemente oltre oceano (Stati Uniti, Brasile,
Argentina). Dallinizio del XX sec. allo scoppio della prima guerra mondiale gli
emigrati italiani, protetti e organizzati dal commissariato generale dellemigrazione
(istituito nel 1901), raggiunsero una media annuale di oltre 600 mila unità, diretti
prevalentemente nei paesi doltre oceano (oltre 2/3 entrarono negli Stati Uniti).
Dopo la forte flessione coincidente con la prima guerra mondiale, lemigrazione
risalì (fino al 1930) a 290 mila individui allanno, ma con una tendenza progressiva
alla diminuzione a causa sia delle restrizioni allimmigrazione imposte da alcuni
paesi (in particolare gli Stati Uniti) sia della politica antiemigratoria del governo
fascista, che si affermò decisamente dopo il 1930. Il flusso migratorio si diresse
soprattutto in Europa (la Francia ne assorbì 4/5) e, fra i paesi doltremare, in
Argentina. Dopo il 1935 la nostra emigrazione convergeva quasi esclusivamente sulla
Germania e cessò completamente con la seconda guerra mondiale. Nel primo decennio
seguente il conflitto espatriarono in media circa 250 mila persone allanno;
nellultimo decennio la media annua salì a 350 mila, mentre lemigrazione netta
aveva una media annuale per il ventennio di circa 150 mila unità. Dal 1946 al 1964
emigrarono oltre 5 milioni di Italiani, di cui circa 2.800.000 si stabilirono
definitivamente allestero.
La nostra emigrazione nel periodo considerato è stata caratterizzata fondamentalmente dal
movimento verso i paesi europei, in particolare quelli della CEE (anche antecedentemente
alla sua costituzione) e la Svizzera.
Nellambito dei primi la Francia fino al 1958 e la Repubblica Federale Tedesca in
seguito hanno accolto il maggior numero di Italiani, mentre la Svizzera appariva come
tipica meta della nostra emigrazione stagionale. Con i paesi extraeuropei in quello stesso
periodo si ebbe un saldo migratorio di circa 1.400.000 unità; le principali destinazioni
furono innanzitutto lAmerica latina (Argentina, Brasile , Venezuela), in cui
emigrarono quasi 890.000 Italiani e in cui se ne stabilirono oltre 625.000, quindi gli
Stati Uniti, il Canada e lAustralia.
Attualmente lemigrazione italiana ha ormai assunto proporzioni molto esigue.
La nostra emigrazione è assistita anche finanziariamente sia da organismi statali
italiani (ministero del lavoro e della previdenza sociale, ministero degli esteri) e
stranieri, sia da organismi internazionali come ad es. il CIME (Comitato intergovernativo
per le migrazioni europee) che, oltre a finanziare lespatrio in paesi oltremare
provvede anche al ricongiungimento dei familiari.
IMMIGRAZIONE ITALIANA
Limmigrazione, in Italia, è regolata da trattati di
reciprocità con vari paesi; coloro che intendono prestare il proprio lavoro sul
territorio italiano devono richiedere alla questura (che interpella lispettorato del
lavoro) un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
Tale permesso è subordinato allaccertamento che si tratti di lavoratori di una
qualifica non disponibile sul posto. Il permesso è valido solo finché sussista un
rapporto di lavoro.
I recenti trattati di collaborazione intereuropea hanno disciplinato minutamente la
materia dellimmigrazione: i trattati della CECA e della CEE sono basati da un lato
sul principio della libertà di circolazione di manodopera subordinata (che deve poter
rispondere a effettive offerte di occupazione da parte di un datore di lavoro),
daltro lato al principio che non potranno essere stabilite quote di immigrazione
(intese a garantire unoccupazione per i lavoratori nazionali).
LItalia, che dallinizio degli anni Ottanta ha modificato il proprio ruolo
allinterno delle correnti migratorie internazionali passando da area di emigrazione
ad area di immigrazione, nel corso degli anni Novanta ha consolidato e intensificato la
propria posizione di paese di accoglimento. Basti pensare che gli stranieri legalmente
presenti in Italia al 1° gennaio 1998 risultano, in base ai permessi di soggiorno in
vigore a tale data, oltre un milione (poco meno del 2% della popolazione italiana), mentre
allinizio degli anni Novanta erano meno della metà.
Fin dalla metà del decennio passato, molta attenzione è stata rivolta alle cause di
questo fenomeno e alle forme e modalità dinserimento dei nuovi venuti sui mercati
locali del lavoro. Il rilievo assunto dalla componente illegale (immigrati stranieri senza
permesso di soggiorno in corso di validità), in presenza di livelli di disoccupazione
particolarmente elevati in alcune aree del paese (in particolare nel Mezzogiorno), ha
condotto alladozione di schemi interpretativi che si basano o quantomeno tengono
conto della segmentazione del mercato del lavoro e della presenza di unestesa
economia irregolare. Poca attenzione è stata dedicata fino a qualche anno fa al
comportamento economico degli immigrati e, in particolare, alle determinanti del reddito
da lavoro e al loro impiego in termini di consumi, risparmi e rimesse. Ciò è dovuto,
principalmente, alla mancanza di unindagine a livello nazionale sul complesso dei
lavoratori stranieri e alla indisponibilità, fino a poco tempo fa, dei dati INPS sui
versamenti contributivi riferiti alla sola componente legale occupata regolarmente e ai
redditi ufficialmente dichiarati.
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