TRECENTO

ITALIA    

Il dolce stil novo e Dante

Dal ceppo di questa esperienza lirica toscana si stacca il dolce stil novo, con cui la poesia italiana d'ispirazione cortese toccò il suo culmine. Alla corte reale della scuola siciliana subentrò una corte ideale, un cenacolo di poeti colti e raffinati, che, mediante il concetto di "cor gentile", sostituirono alla superiorità feudale derivante dalla nascita la nuova distinzione dell'"altezza d'ingegno". Nutrita di pensiero filosofico, la nuova scuola si distaccava dalla tradizione sia per il processo d'interiorizzazione cui sottoponeva il tema amoroso sia per la sobrietà e la musicalità dell'espressione. La poesia stilnovistica trascorre dal fervore intellettuale di G. Guinizzelli (tra il 1230 e il 1240-ca. 1276), che, nella celebre canzone Al cor gentil rempaira sempre Amore, proponeva i motivi dell'identità tra amore e gentilezza e della donna-angelo, alla concezione cupa e pessimistica di G. Cavalcanti (ca. 1259-1300) che, con la fenomenologia degli "spiriti", offrì la visione di un mondo irreale e astratto, percorso dai fantasmi del proprio dolore.

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Dante Alighieri

Ma il maggior poeta del gruppo fu Dante, che, con la Vita Nuova, offrì il più alto esempio di approfondita introspezione psicologica e di stile visionario. Antitetica allo stil novo fu la poesia burlesca (o giocosa o comico-realistica), che assunse i temi dimessi, grossolani o sensuali della vita, adottando un linguaggio corposo e "comico", che però non riproduceva affatto la parlata quotidiana, ma era frutto di un'abile rielaborazione letteraria: il più cospicuo esponente di questa "maniera" fu il senese C. Angiolieri (ca. 1260-ca. 1312).

Non solo il Duecento, ma tutto il Medioevo cristiano si concluse nella gigantesca opera letteraria di Dante Alighieri (1265-1321). Non si deve infatti dimenticare che la Commedia, apparentemente isolata nella sua monumentale grandezza, affonda le sue radici nella cultura medievale, sintetizzata, nel poema, in una concezione monolitica e, insieme, policentrica, che abbraccia cielo e terra, fede e ragione, vita e morte. Se, nella Vita Nuova e in gran parte delle Rime, Dante si era fatto interprete dell'ideale di vita raffinata della nuova classe dirigente del Comune fiorentino, dopo l'esilio egli si trasformò da intellettuale comunale in intellettuale cortigiano.

L'umano e l'eterno, il concreto e l'astratto, il realistico e il simbolico s'intrecciano strettamente nella Commedia, la cui radice è da ricercare in una visione profetica e utopica, e cioè nel recupero di un ideale passato, che realizzi in breve volgere di tempo un perfetto equilibrio tra Impero e Chiesa,mondanità e sacralità: poema di totale partecipazione, la Commedia esprime l'aspirazione del Medioevo a un'armonica fusione tra mondo superumano e realtà terrena, dalla quale possa scaturire il totale rinnovamento dell'umanità.

Il Trecento

Nonostante la contiguità cronologica, il mondo di F. Petrarca (1304-1374) è molto diverso da quello di Dante: all'incrollabile fede in un ordine perfetto che sorregge la Commedia dantesca si contrappone, in Petrarca, la rinuncia ad affrontare la realtà esterna e la tendenza a chiudersi nella contemplazione del proprio mondo interiore. Libero da ogni legame politico e da ogni attività utilitaristica, Petrarca fece della cultura la sua professione, specializzando lo studio della letteratura, dove s'identificava con la morale e la religione, per assumere un ruolo autonomo e una specifica funzione. Il ritorno all'antichità classica assunse un valore decisivo: l'interesse per le humanae litterae consentì di recuperare l'alto insegnamento spirituale dell'umanità pagana, saldandolo con la cultura cristiana.

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   Francesco Petrarca

Il perfetto dominio della forma sarà per Petrarca il solo mezzo per dominare la sua inquietudine interiore. Rispetto a Petrarca, Giovanni Boccaccio (1313-1375) appare più tenacemente ancorato alla realtà del Comune e alieno da ogni concezione sopranazionale dell'opera letteraria; in realtà, però, il suo capolavoro, il Decameron, si colloca in una prospettiva cosmopolitica, ricavando da una materia quotidiana e cittadina gli elementi di un'universale condizione umana.

Il perfetto dominio della forma sarà per Petrarca il solo mezzo per dominare la sua inquietudine interiore. Rispetto a Petrarca, Giovanni Boccaccio (1313-1375) appare più tenacemente ancorato alla realtà del Comune e alieno da ogni concezione sopranazionale dell'opera letteraria; in realtà, però, il suo capolavoro, il Decameron, si colloca in una prospettiva cosmopolitica, ricavando da una materia quotidiana e cittadina gli elementi di un'universale condizione umana.

Il ritorno a Firenze significò per Boccaccio un rapporto più stretto con l'ambiente comunale e con la poesia allegorico-didattica che discendeva dalla Commedia dantesca.

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Giovanni Boccaccio

Il capolavoro di Boccaccio, il Decameron, ricco di robusti succhi popolari, persegue nel contempo il proposito di imitare le forme dell'arte colta e aristocratica, realizzando così la sintesi tra l'eredità del mondo feudale e le esigenze della borghesia comunale, desiderosa di assimilare e trasformare la cultura della vecchia classe egemone.

Il Decameron mostra una assoluta indifferenza per l'elemento religioso e una supervalutazione dell'elemento laico dell'intelligenza e della cultura, anticipando alcune delle conquiste fondamentali della civiltà moderna, dalla contemplazione del desiderio sessuale come sana manifestazione di una forza di natura alla concezione della realtà come una costruzione esclusiva dell'uomo. Un filone interessante della produzione trecentesca è costituito dalla letteratura devota, che riflettono, nella grazia fresca e schietta delle narrazioni popolari, il tema francescano dell'umiltà, immergendolo in un'atmosfera di sogno e di fiaba.

 

SVEZIA

Nel corso del Duecento si andò intanto diffondendo una produzione religiosa in latino che culminò nelle Revelationes di Santa Brigida (1303-1373), personalità dominante della vita religiosa e culturale del Trecento svedese.

La letteratura profana in svedese è invece rappresentata da alcune cronache, di argomento storico e patriottico, tra cui quella di Erik (ca. 1330).