QUATTROCENTO

ITALIA

L'Umanesimo

Nel Quattrocento si afferma la nuova cultura umanistica che disdegna per un cinquantennio il volgare.

Si diffuse tra gli intellettuali italiani il mito della rinascita della cultura classica, cui si accompagnò la nozione di un'età di mezzo, rozza e barbara, che ha deformato il vero volto della classicità. La concezione umanistica del mondo era imperniata su una visione ottimistica dell'uomo, non più creatura fragile e ossessionata dalla paura del peccato, ma libero, dotato di intelligenza ed energia per realizzare il proprio destino, capace di tenere a freno gli istinti e di raggiungere un equilibrio armonico tra il corpo e lo spirito. Tale concezione è ritrovata dagli umanisti negli scrittori classici, lo studio dei quali fornì gli indispensabili strumenti per conoscere meglio il presente. Nacque così il principio di imitazione, inteso non nel senso di una pedissequa ripetizione, ma come scoperta, attraverso i classici, del proprio mondo interiore.

Si trattava di un modo nuovo di leggere i classici, nei quali non si vedeva più la rivelazione di una verità indiscussa, che andava solo interpretata e commentata, ma la fonte di una ricerca spregiudicata da compiere sottoponendo l'eredità del passato a una verifica sperimentale.

È dunque lo spirito critico l'elemento caratterizzante che distinse l'età umanistica dal Medioevo e che fondò la scienza moderna. La scoperta della vera fisionomia della classicità implicava un atteggiamento polemico nei confronti della visione enciclopedica del sapere, tipica del Medioevo, che negava autonomia alle varie discipline, tutte subordinandole alla teologia; ed essendo lo studio dell'uomo il vero fine della cultura, vennero privilegiate le discipline letterarie. La lezione dei classici doveva però tradursi, secondo gli umanisti, in una concreta azione politica, perché solo nella dimensione della vita civile l'uomo realizza pienamente se stesso. Ne discese l'esaltazione della famiglia, della ricchezza, delle attività produttive ed economiche, che rivela le radici borghesi del movimento umanistico, nel quale giunse alla sua maturazione la civiltà comunale italiana.

La civiltà comunale era in via di esaurimento e la nuova realtà era quella della corte, presso la quale l'intellettuale perdeva la sua autonomia e diventava letterato di mestiere, al servizio di un signore. È questo il noto fenomeno del mecenatismo, i cui lati negativi risaltarono più tardi, ma che, all'inizio, agì come stimolo per integrare strettamente la cultura con la società: ne sono una conferma il moltiplicarsi delle Accademie, del fiorire di scuole di tipo nuovo, che miravano alla formazione integrale, fisica e spirituale, dell'uomo, la fondazione di biblioteche.

Il mondo aristocratico delle corti stimolò il culto dell'eleganza e del decoro, l'aspirazione a un'euritmia interiore, che si tradusse nel vagheggiamento di un ideale di serenità e di armonia, sul quale fu sensibile l'influsso della filosofia platonica. Durante il trionfo dell'umanesimo latino, il volgare fu usato solo in opere che si proponevano fini pratici e fu legato ai valori della tradizione.

Verso la metà del Quattrocento, esaurita la fase del bilinguismo, si verificò la rinascita del volgare come lingua colta. La letteratura volgare riapparve ufficialmente nell'ambito della più illustre tradizione con il "certame coronario" (1441).

Nella sua eclettica produzione il Magnifico accolse gli stimoli più diversi, dal platonismo ficiniano alle suggestioni stilnovistiche e petrarchesche, dal corposo realismo all’edonismo idillico e voluttuoso, dalla sensualità alla spiritualità: ma nelle sue cose più felici, la Nencia da Barberino e il Trionfo di Bacco e Arianna, Lorenzo seppe assumere i sentimenti di un contadino innamorato o di tutta una folla festante, esprimendo attraverso un eccezionale equilibrio fantastico lo spirito di tutta un’epoca.