OTTOCENTO

ITALIA

Dal neoclassicismo al preromanticismo

I primi quindici anni dell'Ottocento, coincidenti con l'età napoleonica, segnarono il trapasso dall'illuminismo alla nuova civiltà romantica e si identificarono, sul piano letterario, con le correnti del neoclassicismo e nel preromanticismo.

foscolo 1.jpg (9058 byte)   

Ugo Foscolo

Le contraddizioni dell'età napoleonica si rispecchiano nella suggestiva personalità di Ugo Foscolo (1778-1827).

La giovanile lacerazione tra ragione e passione, che portò Foscolo, nella fase dell'Ortis, a vagheggiare il suicidio, si placa in una nuova e più armoniosa concezione del reale, nella coscienza della validità delle "illusioni", cioè nelle più alte idealità del vivere, celebrate con un fervore che può dirsi religioso.

L'impetuosa passione di Foscolo si disacerba nelle Odi, nella contemplazione della bellezza e si trasfigura nei miti dolenti, ma sereni, dei sonetti maggiori, e alla malinconica aspirazione alla "fatal quiete" subentra, nei Sepolcri, l'opposta tensione dalla morte alla vita: consolato dalla bellezza e dall'amore, dall'eroismo e dalla pietà, l'uomo trova lo scopo dell'esistenza in una laica religiosità e sul pessimismo s'innalza la speranza di un'immortalità da conseguire con "egregie opere". Nelle Grazie, infine, il poeta si solleva a un sovramondo luminoso, dove la sua fantasia mitica può liberamente spaziare, libera da cupezze passionali.

Anche se l'educazione letteraria, profondamente classica, portò Foscolo ad avversare le posizioni della scuola romantica, la sua personalità irrequieta, la nostalgia del passato eroico, lo legarono intimamente alla spiritualità romantica. Ormai chiara è, infatti, negli studi la distinzione tra un romanticismo come movimento, che condusse una ben precisa polemica letteraria e civile nella Milano dei primi anni della Restaurazione, e un romanticismo come spiritualità, come modo di sentire la vita e concepire l'arte, che influenzò anche coloro che si professavano indifferenti o avversari della nuova scuola.

Se dunque la storia del romanticismo italiano non può essere irrigidita entro una serie di schemi e di atteggiamenti codificati, si possono invece delineare nettamente le istanze che emersero dalla polemica classico-romantica.

 

Romanticismo

Il Romanticismo, inteso nella prima accezione, investe tutti gli aspetti della civiltà occidentale della fine del Settecento alla metà dell’Ottocento, condizionando e inglobando dialetticamente in sé anche quelle tendenze che vi si oppongono; coinvolge inoltre non solo letteratura ma le arti figurative, la musica, il pensiero, la mentalità generale e persino il costume e la vita quotidiana.

Il Romanticismo è il risultato di un processo di astrazione che nella realtà non esiste: esistono solo scrittori, pensatori, artisti romantici, entità concrete individuali. Per individuare quei denominatori comuni si può partire da un dato di fatto: nella poesia, nella narrativa, nella letteratura drammatica e nelle arti trionfano le tematiche negative: il dolore, la malinconia, il tedio, l’inquietudine, l’angoscia, la paura, l’infelicità individuale e cosmica, la delusione, il disgusto, il rifiuto della realtà, vagheggiamento della morte, il fascino del mare, dell’orrore, del mistero.

In Italia le tematiche tenebrose e il gusto dell’orrido propri del gusto nordico sono estranei alla sua visione serena e luminosa della vita, al suo senso del bello come armonia e proporzione. Nel 1818 un gruppo di intellettuali romantici, Pellico, Borsieri, Di Breme, Visconti, diede vita ad un giornale, "Il Conciliatore", che doveva diventare il portavoce delle nuove idee letterarie, ma si proponeva anche la finalità di progresso civile. Si affermò l’esigenza di una cultura rinnovata e moderna, che non si rivolgesse solo alla cerchia chiusa dei letterati, ma ad un pubblico più vasto: al "popolo". Occorrevano, però, forme letterarie nuove ed un linguaggio che fosse in grado di comunicare i nuovi argomenti al pubblico.

I romantici italiani erano lontani anche dalle soluzioni estreme del romanticismo europeo e ne rifiutavano sia le tematiche irrazionalistiche e tenebrose sia gli eccessi di anarchia formale. Il loro obiettivo era una letteratura che si ispirasse al "vero", che si ancorasse alla rappresentazione della realtà e che si proponesse fini di utilità civile e morale, diffondendo idee, cognizioni e princìpi e contribuendo al progresso della società.

Manzoni

Di gran lunga superiore a quello dei romantici lombardi appare dunque il coraggio innovativo del loro caposcuola, Alessandro Manzoni (1785-1873), sia in campo ideologico, sia nel campo più specifico dell'invenzione letteraria.

manzoni 1.gif (15988 byte)  

Alessandro Manzoni

La conversione al cattolicesimo non portò Manzoni a rinnegare l'educazione illuministica: egli, anzi, cercò di recuperare gli ideali di eguaglianza, libertà e giustizia all'interno della sua concezione religiosa della vita, che era molto critica e polemica nei riguardi degli atteggiamenti religiosi ufficiali. Ma fu soprattutto per il suo pessimismo che Manzoni si distinse dal progressismo ingenuo degli altri romantici, ne I promessi sposi, nonostante il "lieto fine", prevale una rappresentazione degli aspetti negativi e oppressivi della società e della storia. Motivo principale del romanzo non è infatti l'ottimistica celebrazione della Provvidenza, ma la complessa rappresentazione dello stato di decadimento dell'uomo e dell'assenza di giustizia, considerata con radicale pessimismo, che, nella descrizione dei grandi flagelli, tocca punte apocalittiche e si riscatta soltanto nel rifiuto di ogni compromesso con il male e nell'affidamento totale a Dio.

Leopardi

Giacomo Leopardi (1798-1837) mosse da un’educazione illuministica per svolgerla in senso romantico: ma il punto d'approdo è un lucido e disperato materialismo e pessimismo cosmico. Eppure, tale concezione pessimistica non è in contrasto con le esigenze progressiste implicite nella cultura di cui Leopardi si era nutrito: egli anzi conciliò originalmente progressismo e pessimismo, senza vanificare o attenuare né l'uno né l'altro termine.

leopardi 2.jpg (2452 byte)   Giacomo Leopardi

Dalla considerazione della propria infelicità individuale come inevitabile conseguenza della "delusione storica" per la sconfitta della Rivoluzione francese e dell'atmosfera stagnante dell'Italia al tempo della Restaurazione, si sviluppa, attraverso le note dello Zibaldone e le pagine fantastico-razionali delle Operette morali, la tesi più radicale dell'insanabile infelicità dell'uomo, dovuta alla natura matrigna. L'esperienza della deformità e della malattia venne trasformata da Leopardi in un "formidabile strumento conoscitivo", che gli consentì di rappresentare il rapporto uomo-natura in termini rigorosamente scientifici, escludendo ogni antropocentrismo e teleologismo.

Il progressismo scientifico di Leopardi, risolvendosi in una lotta per liberare l'uomo dal pregiudizio, è intimamente connesso con il progressismo politico-sociale e il Leopardi della Ginestra rese esplicito questo nesso, sostenendo, contro i cattolici liberali, che non c'era libertà politica senza libertà dal dogma e facendo appello a una democratica solidarietà di tutti gli uomini nella lotta contro la natura. Il recupero dei più fecondi elementi dell'ideologia leopardiana, dovuto alla critica più recente, ha portato a una rilettura della poesia dei Canti in chiave eroica e agonistica e alla scoperta del valore drammatico degli stessi "idilli", nei quali l'incanto della rievocazione favolosa della giovinezza è in continuo rapporto con la coscienza di un desolato presente, dominato dall'"arido vero".

Il Risorgimento

Particolare rilievo acquista la letteratura politica, che di tale arretratezza acquista coscienza e propone di superarla sia richiamando la poesia alla sua funzione di "sacerdozio d'educazione" – è la posizione di Mazzini (1805-1872), che con foga enfatica e tribunizia si fece assertore di una laica "religione dell'umanità" – sia riprendendo l'idea nazionalistica del primato italiano e conciliandola con la religione tradizionale, come fece Gioberti (1801-1852), scrittore dotato di un'eloquenza fastosa, ma retorica e monotona. Alieno da ogni misticismo fu invece Cattaneo (1801-1869), lo scrittore politico che meglio resiste a una rilettura moderna: compenetrando le leggi rigide e nude della natura con l'operosità dell'intelletto umano, egli additò nella ricerca scientifica e nella ricerca storica le vie per realizzare il principio romantico dell'utilità sociale della cultura.

In questa direzione si mosse Pisacane (1818-1857), che intuì la priorità dei fatti economico-sociali nella determinazione del comportamento umano ed elaborò una teoria rivoluzionaria fondata sul contributo determinante delle grandi masse contadine del Mezzogiorno. Parallelamente alla letteratura politica fiorirono le prose dei memorialisti, tra le quali spiccano alcuni piccoli capolavori: Le mie prigioni di Silvio Pellico (1789-1854), racconto del ritorno dell'autore alla fede religiosa attraverso le sofferenze del carcere; I miei ricordi di D'Azeglio (1798-1866), un libro suggestivo per la sua moralità bonaria;

L'unica opera narrativa che esprime compiutamente l'epos risorgimentale sono le Confessioni di un italiano di Nievo (1831-1861), che tuttavia, al di là dello sfondo patriottico, offrono nella Pisana uno dei personaggi più convincenti della nostra letteratura.

Il Verismo

La più consapevole ribellione ai miti e alle regole costituite del sistema sociale fu la scapigliatura, che ebbe il suo maggiore centro a Milano nel decennio 1860-70. La battaglia di rinnovamento degli scapigliati non si limitò all'impegno artistico, ma divenne un fatto di costume. In direzione assai diversa da quella degli scapigliati si mosse la reazione antiromantica di Giosuè Carducci (1835-1907), che alla sensibilità morbida e femminea degli epigoni del romanticismo contrappose un ideale di sanità e di volontà virile; la nostalgia di una vita forte e serena si traduce, nei suoi versi migliori, in immagini di luce, in opulenza di colori, in una diffusa solarità cui si oppone il motivo "notturno" della morte, avvertita come fisica privazione del calore solare. L'alternativa carducciana di paesaggi luminosi e di malinconiche penombre non è tuttavia oscillazione tra serenità classica e tristezza romantica, ma è la manifestazione di una sensibilità tutta romantica, in rapporto diretto con la corrente realistica del romanticismo.

Se Carducci, riproponendo il valore della tradizione e rifugiandosi nostalgicamente nel passato, evadeva dai complessi problemi dell'Italia unita, il verismo ebbe viceversa il merito di colmare in parte l'abisso tra classe colta e paese reale, scoprendo la concreta realtà dell'arretratezza e della miseria delle plebi contadine. I nostri veristi ebbero in comune con il naturalismo francese il canone dell'impersonalità dell'opera d'arte; mentre però i naturalisti francesi, rappresentando ambienti urbani e classi sociali più evolute, si sentivano interpreti di esigenze progressiste condivise dal pubblico dei loro lettori, i veristi italiani si trovavano del tutto isolati rispetto alle masse contadine, che non potevano recepire, nella loro desolata ignoranza, un messaggio a esse rivolto: nacque quell'atteggiamento condiscendente e paternalistico, anche se animato da una sincera pietà, con cui gli scrittori veristi si piegarono a contemplare la miseria delle classi subalterne. Esemplari, in questo senso, sono la personalità e l'opera di Giovanni Verga (1840-1922).

Dopo essersi trasformato, a contatto con gli scapigliati, da descrittore della società galante a suo critico impietoso, Verga ritornò idealmente alla sua Sicilia e iniziò a realizzare il ciclo dei "vinti", scrivendo I Malavoglia: dominata dal senso tragico del dolore e della morte, l'opera ha una sua inconfondibile originalità nel panorama delle nostre lettere per la geniale tecnica del "discorso rivissuto", per la prima volta applicata a un'intera narrazione; ma il pessimismo fatalistico che pervade il libro si spiega solo alla luce di una ideologia conservatrice, che induce lo scrittore a fare di Aci Trezza un microcosmo astorico, dove si vive secondo la necessità immobile della natura.

verga 1.gif (6355 byte)  

Giovanni Verga

L'abisso tra natura e storia appare colmato nel secondo capolavoro verghiano, il Mastro don Gesualdo, non nel senso che Verga abbia modificato il suo pessimismo, il quale anzi si è incupito, ma perché il passaggio da una società patriarcale a un più mosso contesto sociale consente allo scrittore di denunciare la degenerazione della società italiana uscita dalle lotte del Risorgimento. Una posizione polemica nei confronti della burocrazia accentratrice dell'Italia unita è implicita nel regionalismo degli altri scrittori veristi.

SVEZIA

A Stoccolma, già centro della cultura gustaviana, si sostituirono nella direzione della vita intellettuale le università di Lund e di Uppsala. A Uppsala uscì nel 1810 la rivista Phosphoros, organo del cenacolo letterario dei cosiddetti fosforisti. Personalità dominante del gruppo fu Daniel Amadeus Atterbom (1790-1855), rappresentante di un romanticismo mistico-filosofico incline all'allegoria e al simbolo.

Alla corrente dei fosforisti si oppose un'altra corrente romantica che metteva l'accento sui valori nazionali e sull'eredità della cultura pagana, il gruppo detto dei goticisti, che ebbe come organo la rivista Iduna, pubblicata per iniziativa di Gustaf Geijer (1783-1847), massimo rappresentante del romanticismo nazionalista. A Iduna collaborò anche Esaias Tegnér (1782-1846), autore di un ciclo di romanze in metri vari, La saga di Frithiof, che esalta in versi di aulica compostezza l'eroismo vichingo.

Fuori da ogni scuola si pone invece Erik Johan Stagnelius (1793-1823), che in versi di immaginosa e fastosa eleganza esprime il dissidio tra un ossessionante erotismo e una tormentata e torbida religiosità. Isolato è anche Carl Jonas Lowe Almqvist (1793-1866), autore di un'opera contraddittoria dove si fondono romanticismo e realismo, satira e idillio. Motivi realistici appaiono anche nell'opera di Fredrika Bremer (1801-1865), pioniera del movimento femminista scandinavo, e di Emilie Flygare-Carlén (1807-1892), attenta descrittrice della vita dei pescatori. Ma è soprattutto attraverso l'opera di Carl Johan August Snoilsky (1841-1903) e di Abraham Viktor Rydberg (1828-1895), incerti tra mito e realtà, che si coglie il momento di transizione da una tradizione spirituale romantica a una nuova sensibilità sociale che si esprime in letteratura col naturalismo.

Del mutato clima spirituale è interprete inquietante August Strindberg (1849-1912), nella cui immensa produzione, lirica, drammatica, narrativa, si riassumono le tendenze più contraddittorie di un'epoca. Nella sua opera la realtà esterna, analizzata e ritratta crudamente secondo i modi naturalistici, viene reinventata da una fantasia lucidamente visionaria, da un soggettivismo esasperato che si sostituisce allo sviluppo oggettivo di un'azione.

Scrittori di indirizzo più chiaramente naturalista, ma di minore interesse artistico, sono Anne Charlotte Leffler (1849-1892), Gustaf af Geijerstam (1858-1909), Ernst Ahlgren (pseudonimo di Victoria Benedictsson, 1850-1888) e il poeta Ola Hansson (1860-1925), nelle cui liriche l'interesse sociale sfuma in vibrazioni del sentimento.

L'ultimo decennio del secolo fu caratterizzato da una reazione al naturalismo, riconoscibile in una nuova ricerca di valori formali e in una ritrovata vena fantastica e coloristica vagamente corrispondente alle tendenze del decadentismo europeo. Scrittori principali furono Verner von Heidenstam (1859-1940), premio Nobel 1916, interprete di una sorta di aristocraticismo borghese; Erik Axel Karlfeldt (1864-1931), Nobel 1931, creatore del personaggio di Fridolin, vagabondo dalecarliano, una delle figure più popolari della letteratura svedese; il poeta Gustaf Fröding (1860-1911), che evoca con raffinata magia verbale e figurativa la provincia natale; Selma Lagerlöf (1858-1940), premio Nobel 1909, autrice del fantasioso romanzo La saga di Gösta Berling, poetica rievocazione delle leggende del Värmland natale e moralistico apologo sul bene e il male.