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ITALIA
Il Decadentismo
Negli ultimi decenni dell'Ottocento
e nei primi del Novecento, il decadentismo europeo fece breccia nella letteratura
italiana, malgrado le resistenze degli ambienti più provinciali e tradizionali; ma le
prime esperienze decadentistiche, a causa della persistente arretratezza della nostra
cultura, mantennero un carattere più angusto e retrivo rispetto alle analoghe esperienze
di altre parti d'Europa.
Giovanni Pascoli |
La poetica di Pascoli
(1855-1912) del "fanciullino", fondata sulla scoperta delle piccole cose della
natura, attraverso le quali si perviene a un'intuizione mistica della realtà, è una
poetica tipicamente decadente sotto apparenze provinciali e agresti; ma si tratta di un
decadentismo più istintivo che consapevole, in contrasto con la formazione umanistica di
Pascoli e con la sua tardo-romantica voluttà di pianto, che vizia una parte della sua
produzione, legata al tema della tragedia familiare. Ma fondamentale è l'apporto di
Pascoli alla poesia del Novecento per il linguaggio nuovo, spezzato e frammentario, che
liquida in modo definitivo il lessico aulico della tradizione lirica italiana,
sostituendolo con un linguaggio dimesso e insieme allusivo, denso di simboli. |
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clamorosa ma più superficiale fu l'esperienza decadente di Gabriele D'Annunzio
(1863-1938), che, identificando letteratura e vita, blandì la piccola borghesia,
insoddisfatta della prosaica realtà dell'Italia giolittiana, con i miti dell'estetismo e
del superuomo e si fece strenuo assertore dei principi nazionalistici e imperialistici
della guerra e della violenza. La poesia "crepuscolare", che domina nei primi
anni del secolo, porta alle conseguenze estreme motivi che già erano stati preannunciati
dal Pascoli delle piccole cose e dal D'Annunzio del Poema paradisiaco. Caratteristica
principale dei poeti crepuscolari è la fuga dall'aulicità e dalla retorica verso una
patetica mediocrità e un'ostentata incapacità di grandi passioni, e il compiacimento per
la realtà più frusta e quotidiana. Ma il movimento che ebbe più vasta eco nel clima
artistico del tempo fu quello del futurismo. |
Gabriele D'Annunzio |
Il primo Novecento
La più importante rivista di
cultura degli anni intorno alla I guerra mondiale fu La Voce, fondata a Firenze nel 1908
da Prezzolini (1882-1982). Gli scrittori "vociani" si diversificavano tra gli
"artisti" che riducevano la nuova cultura a un problema di stile, ripiegando su
posizioni accademiche e retoriche, e i "moralisti" che approdarono all'arte
sotto lo stimolo di una profonda esigenza morale. I due maggiori scrittori nei quali è
più lucida la coscienza della crisi novecentesca, Pirandello e Svevo, passano inosservati
dalla cultura di osservanza crociana.
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narrativa di Luigi Pirandello (1867-1936) ruota attorno ai due ambienti che coincidono con
le sue fondamentali esperienze autobiografiche: la Sicilia, osservata con occhio
impassibile nelle sue strutture arretrate e nella sua atmosfera stagnante e immobile, e il
mondo piccolo-borghese romano, visto, in molte delle Novelle per un anno, nella sua
situazione di soffocante monotonia, da cui non si evade se non nella dimensione onirica o
nella fuga assurda o impossibile. |

Luigi Pirandello |
Un'epopea del piccolo borghese è il
romanzo Il fu Mattia Pascal, storia di un tentativo fallito di vivere al di fuori dei
pregiudizi e dei legami del proprio ceto sociale e delle regole codificate della società.
L'angoscia dell'esistenza, il gioco tra finzione e realtà, la tragedia della follia, temi
già presenti nella produzione narrativa, si sviluppano in tutta la loro lucidità ed
evidenza nel teatro pirandelliano, che rinnova il linguaggio scenico e scardina dalle
fondamenta l'edificio del teatro naturalista.
Italo Svevo (1861-1928) appare
vicino, col suo angosciato problematismo, al relativismo di Pirandello. I protagonisti dei
suoi primi romanzi sono degli inetti, che si rifugiano in una visione onirica
dell'esistenza, rinunciando a lottare o ricercando nell'amore un'illusione alternativa a
una precoce senilità. La frattura tra il mondo della coscienza e le forme della vita
comune è al centro della Coscienza di Zeno, che segna la clamorosa liquidazione del mito
dannunziano del superuomo e l'approdo a una disincantata saggezza, intravista
nell'accettazione senza riserve della banalità della vita quotidiana.
Il periodo tra le due guerre
 Giuseppe Ungaretti |
La tecnica
dellanalogia è fondamentale nell'opera di Giuseppe Ungaretti (1888-1970), che si
sforza di recuperare l'intima essenza della parola in versi di scabra e rarefatta
liricità, dove si esprime la pena derivante da una solitudine senza rimedio. Ungaretti
non sempre si sottrae al pericolo di accensioni troppo improvvise e quindi frammentistiche
o all'opposto rischio (nella sua ultima produzione) di eccessive indulgenze all'eloquenza. |
Il paesaggio ligure, nella sua
piagata fisicità, è contemplato da Eugenio Montale con uno sguardo assorto e perplesso,
volto a un'interpretazione metafisica della realtà e alla presa di coscienza del
"male di vivere", della vanità delle speranze dell'uomo e della sua condizione
di prigioniero in un mondo ostile e indecifrabile; e anche quando tale concezione
disperata della vita, nel passaggio dagli Ossi di seppia alle Occasioni, subisce qualche
incrinatura e consente il recupero del passato attraverso la memoria, il tema fondamentale
rimane quello di una lucida e disincantata tristezza.
Salvatore Quasimodo |
Di Quasimodo, in
particolare, insignito del premio Nobel nel 1959, vanno ricordate le varie stagioni
poetiche, dalla prima produzione, caratterizzata dalla sensuale evocazione di una Sicilia
mitica e primordiale, alla ricerca di valori storico-sociali come risposta alle angosce e
alle speranze del secondo dopoguerra, fino a una nuova ricerca di interiorità come
reazione alle delusioni della storia nelle ultime opere. |
| Alquanto isolata è
l'esperienza poetica di Umberto Saba (1883-1957), che giustamente è stato definito il
lirico più umano del nostro tempo: formatosi nel composito clima culturale triestino,
aperto alle suggestioni freudiane, Saba ha costantemente riproposto la poetica delle cose
umili e semplici, nel quadro di un appassionato amore alla vita, pur nella piena
consapevolezza del dolore che discende in lui da un "pessimismo semita". Più
complessa, rispetto alla poesia, è nel primo dopoguerra la linea di sviluppo della prosa.
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Umberto Saba |
Più consapevole fu la letteratura
di opposizione al regime di Vittorini e di Cesare Pavese. Elio Vittorini (1908-1966) è
stato uno dei protagonisti del rinnovamento della nostra letteratura più come
organizzatore di cultura che come narratore. Il suo nome rimane legato soprattutto alla
battaglia d'idee imperniata attraverso la rivista Politecnico a favore di una cultura
attiva, non di "consolazione": una ricerca che si ricollega, nella narrativa
vittoriniana, alla scoperta dell'uomo che unisce a una primitiva integrità un'operosa
energia. Molto diversa da quella di Vittorini è la personalità di Cesare Pavese
(1908-1950), che, in Paesi tuoi e in alcune novelle, ha un suo modo tutto lirico e
incalzante di misurarsi con una grigia e dura realtà quotidiana.
Ma una forte spinta psicologica e
morale porta Pavese, ben al di là del realismo, a filtrare la sua esperienza umana
attraverso un'intensa riflessione sul mito e a rappresentare il contrasto tra l'infanzia e
la maturità, tra la nostalgia della campagna e l'amara esperienza cittadina.
Il Neorealismo
Il clima letterario degli anni
successivi alla II guerra mondiale e alla Resistenza è caratterizzato dalla polemica
contro il disimpegno e dall'esigenza di ricercare un più stretto contatto con la realtà
politico-sociale e con i sentimenti e i problemi delle masse popolari. Antonio Gramsci
(1891-1937) teorizzò la necessità di introdurre le classi subalterne nella vita
nazionale e di fondare una cultura che fosse autenticamente nazionale e popolare. Da
questo retroterra ideologico e dalla lezione del nuovo cinema nacque il neorealismo,
caratterizzato dall'affermazione della superiorità del romanzo sulla poesia e da
soluzioni linguistiche che valorizzavano il dialetto e la lingua parlata.
Un tentativo di superamento
dell'esperienza neorealista verso forme sperimentali più aperte è compiuto con successo
da alcuni scrittori, tra i quali si distinguono Italo Calvino, che inserisce con
illuministico impegno la favola nella storia, e Pier Paolo Pasolini (1922-1975), che
appare interiormente scisso tra irrazionalismo sentimentale e ideologia progressista.
Banco di prova della tendenza realistica è stata la letteratura meridionale.
Sul terreno del realismo, per
l'oggetto stesso della loro opera, sono gli scrittori che hanno alimentato la loro
fantasia al tema della guerra e della Resistenza, sia in forma memorialistica, sia in
forma narrativa, soprattutto Beppe Fenoglio (1922-1963), vicino a Pavese per temi e
movenze, ma di ispirazione più schiettamente contadina.
SVEZIA
Col Novecento è difficile
individuare nella letteratura svedese una linea dominante: i temi dell'angoscia della
vita, la disperata ricerca di una fede sono elementi tangibili o sotterranei di una
produzione letteraria ricca e contraddittoria, individualista ma nello stesso tempo
sensibile alla realtà sociale.
Solo per comodità di citazione si
possono riconoscere delle correnti in cui situare i tantissimi nomi di rilievo del
Novecento, assegnabili peraltro per la varietà di motivi della loro opera a diverse
tendenze. Sulla scia di Karlfeldt, della Lagerlöf, di Fröding si formò una corrente
regionalista che univa uno spiccato autobiografismo al gusto della descrizione di ambienti
popolari e borghesi. Esponenti principali furono Hjalmar Söderberg (1869-1941), Sigfrid
Siwertz (1882-1970), il poeta Bo Bergman (1869-1967), interpreti, pur con accenti
diversissimi, dell'atmosfera di Stoccolma; Hjalmar Bergman (1883-1931), colorito e
grottesco narratore dell'ambiente provinciale; i poeti Vilhelm Ekelund (1880-1949) e
Anders Österling (1884-1981), che traggono ispirazione dalla Scania natale; Birger
Sjöberg (1885-1929), autore della serie de Il libro di Frida che descrive con accenti
ironici e toni crepuscolari la vita di provincia della sua città.
Agli stessi temi, ma con più
modesto rilievo artistico, si richiamano narratori come Albert Engström (1869-1940),
Ludvig Nordström (1882-1942), Gustaf Hellström (1882-1953), Elin Wägner (1882-1949),
scrittrice femminista e attiva propagandista del pacifismo, Sven Lidman (1882-1960).
Grande autore isolato è Pär
Lagerkvist (1891-1974), premio Nobel 1951, che in una produzione di vasto respiro, lirica,
narrativa e drammatica, esprime la crisi di una generazione dominata dall'angoscia della
vita, incapace di fede eppure attratta dai suoi richiami.
I temi della solitudine spirituale
dell'uomo moderno sono centrali nella lirica di Harriet Löwenhjelm (1887-1918), di Karin
Boye (1900-1941) e soprattutto di Hjalmar Gullberg (1898-1961), che fa dell'ironia un
raffinato strumento di contrappunto psicologico all'angoscia, e di Gunnar Ekelöf
(1907-1968), poeta surrealista interprete dell'assurdità della vita. Una corrente di
grande interesse è quella rappresentata dai cosiddetti scrittori proletari: i premi Nobel
(1974) Eyvind Johnson (1900-1976) e Harry Martinson (1904-1978), e poi Ivar Lo-Johansson
(1901-1990), Jan Fridegård (1897-1968), Vilhelm Moberg (1898-1973). Due poeti, Erik
Lindegren (1910-1968) e Karl Vennberg (n. 1910), sono gli interpreti del nichilismo
postbellico, di quell'anarchismo spirituale e letterario che accoglie le esperienze
intellettuali e affettive più diverse per esprimere la complessità dell'anima moderna.
Alla stessa generazione appartiene
Lars Forsell (n. 1928), traduttore di Ezra Pound e promotore di forme poetiche immediate,
come la ballata.
Il fervore rivoluzionario che domina
il clima culturale degli anni Sessanta apre nuove prospettive: la letteratura si fa
portavoce del dissenso sociale e affronta nuove tematiche, fioriscono generi più
immediati, come il reportage e l'inchiesta, di cui sono esempio i rapporti dell'Africa di
Per Wästberg (n. 1933) e dalla Cina di Jan Myrdal (n. 1927) e i romanzi di Sara Lidman
(n. 1923). Similmente, alla ricerca del rapporto tra arte e coscienza politica sono
dirette le opere di Sven Lindquist (n. 1932) che ha continuato la sua civile e politica (
Utrota varenda jävel, 1992),.
Rispetto all'indubbio predominio
della forma poetica sulla scena letteraria degli anni Cinquanta, nei due decenni
successivi si assiste a un notevole sviluppo della narrativa in tutte le sue forme. Per
Olof Sundman (n. 1922) rileva le contraddizioni tra astratto sapere teorico e incertezze
esistenziali della contemporaneità; per Olov Enquist (n. 1934) arriva a dimostrare
l'ambiguità di ogni dato reale con grande abilità nel montaggio testuale; ancora più
avanti nella linea della sperimentazione si spinge Lars Gustafsson (n. 1936).
Alla storia locale, che aveva
ispirato tanta letteratura degli anni Cinquanta, tornano Sven Delblanc (n. 1931) e Kerstin
Ekman (n. 1933).
Una sempre minore ideologizzazione,
di pari passo con una crescente attenzione per il linguaggio, sembra distinguere le voci
dei narratori affermatisi negli anni Ottanta, tra cui citiamo Göran Tunström (n. 1937),
Torgny Lindgren (n. 1938) e i più giovani Ernst Brunner (n. 1950), Peter Kihlgård (n.
1953), Eva Runefelt (n. 1953), Klas Ostegren (n. 1955), Stig Larsson (n. 1955), che dopo
aver narrato la quotidianità in Komedin I(1989) ha affrontato in Om en död(1992) il tema
della morte, e Mare Kandre (n. 1962), autrice dell'emozionante prosa-poesia di
Deliria(1991); inoltre, sono da citare i nomi di Robert Kangas, P. C. Jersild, Björn
Ranelid, Anna-Karin Palm, Sigrid Combüchen, Inger Alfvén e, nel campo della poesia,
quelli di Thomas Tranströmer, Anna Rydstedt, Maiken Johansson, Kristina Lung, Kjell
Espmark, Arne Johnsson e Ann Jäderlund.
Per il teatro, infine, oltre al già
citato Enquist, il nome più significativo è quello di Lars Norén (n. 1944), i cui
drammi si inseriscono nella grande tradizione nordica.
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